Tetto bioedile

Il recupero delle coperture non deve limitarsi a ridare splendore al corpo dell’edificio e ad assicurare l’armonia con l’ambiente.  Protezione, risparmio energetico e garanzia di benessere devono essere le linee guida nei rifacimenti.

Non si può negare che la morfologia del tetto a falde inclinate sia nella nostra realtà urbana un protagonista assoluto, l’elemento che al corpo edilizio italiano da carattere e riconoscibilità.

Non a caso, mai come in questi ultimi anni assistiamo a un recupero globale dello “skyline” mediterraneo. E fin qui, tutti d’accordo. Non più però se le soluzioni proposte da alcuni studi di progettazione urbanistica come innovative si fermano a forme di impermeabilizzazione e isolamento scoordinate, e quindi controproducenti, e puntano piuttosto sull’armonizzazione dei tetti con l’ambiente mediante l’adozione di tegole o coppi tradizionali nell’aspetto ma tecnologici nelle funzioni.
Il disaccordo qui nasce su un punto elementare ma fondamentale: il tetto non è un semplice manto di copertura ma un sistema complesso e coordinato a cui sono demandate una moltitudine di funzioni che non possono e non devono essere considerate separatamente. Ecco allora che due dei principali dettami della bioarchitettura assumono nel contesto un valore concreto su cui riflettere:
1. il pacchetto tetto deve garantire un sistema di impermeabilizzazione che non contrasti con la funzione di regolazione termoigrometrica, a cui pure deve assolvere per poter espellere il vapore se non si vuole che il sottotetto venga divorato dall’umidità di condensa e che vengano annullati i benefici dello strato isolante.
Va da sé che la tenuta all’acqua in un tetto bioedile si ottiene sì con una membrana impermeabile e resistente agli strappi, che però sia anche altamente ecologica e traspirante, come la carta oleata KoSep.C composta da pura cellulosa non clorata. Ciò che rende questa carta avana particolarmente efficace come impermeabilizzante per coperture in legno e laterocemento è il meticoloso processo di oleazione per immersione che lascia intatta la natura bioecologica del prodotto, prevenendo anche qualunque forma di emissione tossica o dannosa alla salute.
2. Il materiale destinato all’isolamento del tetto deve poter soddisfare contemporaneamente:
– sia le esigenze termiche, ricordando che dal tetto si disperde dal 25 al 35% di calore e che migliorando la protezione termica si risparmia fino al 20% sul riscaldamento e si accresce il benessere di chi abita in mansarda;
– sia quelle acustiche, limitando la diffusione dei rumori impattivi (pioggia, grandine, ecc.) e quelli trasmessi per via aerea (traffico, aerei, ecc.); prestazioni non garantite dalla maggior parte degli isolanti sintetici in commercio i quali, se proteggono dal freddo sono incapaci di interrompere la propagazione dei rumori.
Per questi, semmai è vero il contrario: se sono validi per isolare acusticamente, sono efficaci anche contro il freddo.
Ora, a risolvere nel profondo la questione, ci viene in soccorso ancora una volta il sughero biondo naturale, ad alta protezione termoacustica, traspirante, inalterabile, imputrescibile e, naturalmente, salubre. La forma e lo spessore del prodotto viene fatta in funzione della tipologia costruttiva del tetto a falde e della destinazione d’uso dei locali sottotetto. Quando questi sono abitabili la scelta è tra:

  • superkompatto in versione pannello SoKoverd.LV a grana fine 2/3mm con spessori fino a 6 cm, da posare sulla carta oleata KoSep.C direttamente sul travetto portante e assito in legno
  • sfuso, SugheroLite in granuli bollito e ventilato, adatto per pose sottotegola tra due assiti o, all’occorrenza, per applicazioni sottotetto.

Paolo Manca